Facciata della chiesa e scorcio della biblioteca
Il nome della rosa – serie tv

“Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.”
Riuscire a distaccarmi completamente da quella meraviglia che è stato il film di Annaud, non è stato facile, ma ho cercato di tenere, come una sorta di sceneggiatura estesa, il libro.
Il capolavoro assoluto.

La serie tv, a partire dalla sigla, è stata indubbiamente prodotta per raggiungere un pubblico internazionale.
Impresa mirabile.
Turturro, come antenato di Sherlock Holmes, manca dell’ironia e della forza intrinseca di Guglielmo da Baskerville.
Hardung, giovane Adso, un po’ troppo moderno e troppo poco timido di fronte a colei “terribile come un esercito schierato in battaglia”
Everett-Bernardo Gui, sguardo cattivo e ammiccante di sadismo un po’ viscido.

Già dall’inizio la serie va a discostarsi dall’opera originale, ma si sa, i tempi televisivi, difficilmente vanno a coincidere con le disquisizioni sulla povertà evangelica di Cristo.
Tutto veloce, tutto affrettato, tutto già messo sul piatto.

Poi si arriva all’abbazia e tutto cambia. Da lì il senso di entrare nel libro, ha inizio.
La biblioteca si difende da sola, insondabile come la conoscenza e abilmente ingannevole come la menzogna che custodisce.
Abbone, Malachia, il venerabile Jorge, Remigio (un Bentivoglio in grazia di Dio), e i vari frati che frequentano lo scriptorium sono perfetti.
Menzione a parte merita Salvatore, che parla tutte le lingue e nessuna anche se qui pare ancora più una macchietta.
Se da un lato gli avvenimenti vengono proposti un po’ frettolosamente, dall’altro vengono introdotte situazioni che nn compaiono neppure nel libro.
A tirar per le lunghe la narrazione, dato che gli eventi centrali vengono esposti in maniera esageratamente veloce, ci pensa la storia di Fra Dolcino, di Margherita e della loro figlia, Anna, che sembra Merida di Brave.
Tutta questa fretta da un lato e questo voler dire cose superflue, rendono la serie noiosa, purtroppo.

Ha anche dei pregi notevoli, il cast è stato scelto con una cura estrema. Ci troviamo di fronte ad un parterre di attori eccezionali.
La fotografia è spettacolare.
Le ricostruzioni di biblioteca e scriptorium, mirabili.

Peccato che tutto lo sceneggiato, e ripeto, purtroppo, appaia come un fantasy mal riuscito.

Il nome della rosa – Recensione serie tv
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