Il tradimento del talamo coniugale, vuoi per noia, lussuria o bisogno, è stato più volte affrontato dal cinema e dalle fiction. Le corna (degli altri) sono da sempre in cima alla lista degli interessi dello spettatore e sono state raccontate negli anni con i risvolti tipici del dramma, del giallo, dell’erotismo, della commedia e del grottesco.

Sono tuttavia pochi i prodotti che hanno affrontato il cosiddetto “poliamore” e sono ancora meno i casi in cui l’argomento, di cui si fa presto a negare l’esistenza nella realtà, è stato affrontato in modo positivo e salvifico di un rapporto di coppia che, seppure benedetto da un perdurante amore, gironzola attorno all’elefante del desiderio inappagato che troneggia nella stanza.

You Me Her è una serie televisiva prodotta dal canale televisivo statunitense Audience Network che, dal marzo 2016, ha deciso di raccontare un amore a tre facce, scelta inusuale ma vincente: una seconda stagione ha debuttato il 14 febbraio ed è stato già annunciato il rinnovo per una terza.

Al di fuori degli Stati Uniti e del Canada la serie è trasmessa da Netflix, che ha messo in streaming la prima stagione il 10 febbraio 2017.

La storia si svolge a Portland in Oregon, regione e palcoscenico sempre più gettonato delle serie TV (Bates Motel, Eureka, Life Unexpected) e racconta di Emma (Rachel Blanchard) e Jack Trakarsky (Greg Poehler), sposi non ancora quarantenni, benestanti e innamorati, che si trascinano in una sorta di routine ben nota alla coppia ma mai seriamente affrontata, forse per il timore di incrinare un rapporto tutto sommato accettabile.
La situazione evolve dall’incontro, in circostanze a loro modo divertenti, con Izzy (Priscilla Faia) studentessa universitaria ventenne che, per mantenersi agli studi e complice una coinquilina anticonformista, si improvvisa escort.

Tra i tre, timidamente e con non poco coraggio, nasce una relazione amorosa vera e coinvolgente che si scontra con la difficile geometria di un rapporto che, da binario, si fa triangolo e deve fronteggiare le convenzioni sociali e, più semplicemente, il fastidioso e potenzialmente dannoso pettegolezzo di quartiere.

La serie è stata creata e scritta da John Scott Shepherd, regista e autore di commedie e serie TV romantiche non sempre definibili blockbusters, ma sincere e ben fatte (Una Vita Quasi Perfetta, Joe Somebody).

La regia è stata affidata al tatto della canadese di origini indiane Nisha Ganatra, già messasi in mostra per la direzione di alcuni episodi di serie piuttosto famose quali Haven, Transparent, Shameless, Brooklyn Nine-Nine e l’acclamato Mr. Robot.

Oltre al racconto in senso stretto e alle vicende paradossali messe in scena, infatti, è fondamentale il modo in cui la regista, dichiaratamente omosessuale, sia stata in grado di gestire in modo appropriato determinate scene, al punto che tutte le sfaccettature delle emozioni sono state trattate con dignità, delicatezza e divertimento: non mi sentivo un intruso in quella camera da letto.

Determinati argomenti, anche fisici e sintomatici di un desiderio sottotraccia, richiamano alla lontana la Nouvelle Vague del cinema francese, ma l’impronta comedy nordamericana, per fortuna, è più forte e, solo per citare un esempio, porta alla costruzione della dissacrante scena del “saluto dalla finestra” dei tre innamorati rivolto al crocchio di vicini curiosi e allarmati fuori dalla loro porta. Momento surreale, ma godibilissimo.

Tutto è sceneggiato, montato e recitato così bene da sembrare vero, ma soprattutto sono resi in modo autentico il desiderio, le paure, le incertezze, la voglia di trasgredire e di rendere la trasgressione normalità, accettata da tutti.
Il tema non sembra molto abusato e lo spettacolo garantisce un buon livello di originalità e stimolazione mentale, ma la cosa che davvero non mi aspettavo è stata la totale assenza di lascivia e di caduta nei facili stereotipi sessuali del lesbismo, dell’onanismo, del voyerismo e, a seconda della vostra predisposizione, di tutto quanto renda pruriginoso il coinvolgimento di lingue, mani, occhi e organi sessuali.

La sceneggiatura, la regia e l’affetto per l’argomento, invece, accompagnano con graduale tempismo il racconto della nascita di una storia d’amore il cui condimento è, si capisce, il sesso, ma i tasselli che ultimano davvero il puzzle sono i complementi all’amore che tutti abbiamo almeno una volta provato: l’ansia dell’incontro, la cura del particolare, l’idea del piacere, la voglia di mettere a proprio agio i partner, l’anteposizione dei bisogni dell’altro, i battiti accelerati al solo pensiero di un bacio e il desiderio di tuffarsi in determinate situazioni.

In questo, gli attori sono stati bravissimi al punto da far dimenticare che stessero recitando, lasciando l’impressione di assistere ad un piccolo miracolo altruistico-affettivo.

Filerà tutto liscio o le differenze e le convenzioni vinceranno? I tre verranno accettati? La difficoltà comporterà il distacco di un elemento, storicamente intruso ma che l’evoluzione vuole rendere benvenuto?

Tutto si deciderà nella location preferita dei classici romantici americani: l’aeroporto. Ma questa volta le corse sulle scale mobili, le discussioni ai varchi, lo sventolio di biglietti comprati all’ultimo momento per una qualsiasi destinazione vedranno battere tre cuori, insieme a quelli di noi telespettatori.

Mettetevi comodi, preparatevi a ridere e tenete un fazzolettino a portata di mano: il poliamore esiste.

Niki Manzoni

YOU ME HER – il caldo rifugio del letto a tre piazze
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