Di fronte a certe serie storiche, quale fu ed è E.R., non si resta immuni al carisma di alcune attrici: il mio amore per Julianna Margulies nasce timido con la sfortunata infermiera Carol Hathaway e diventa passione dal 2009 con la nascita di Alicia Florrick e la messa in onda del legal-drama THE GOOD WIFE.
Il soggetto narrato è frutto dell’abile penna creativa di Robert e Michelle King, stregati da personaggi tipici della politica americana (e mondiale) passati impietosamente a fil di spada dalla finta empatia del sentire comune: le mogli dei politici fedifraghi.

Tutto inizia da qui, da una signora di mezza età di nome Alicia Florrick, moglie cornuta del governatore dello stato dell’Illinois, accusato di scandalo sessuale e di corruzione.
Si parte dal suo profilo incurvato, dalla gola che deglutisce, dal suo sguardo spaurito di fronte alle telecamere durante la mortificante conferenza stampa del marito in cui tutto viene buttato in pasto alle orecchie e agli occhi famelici del pubblico, della stampa, delle donne rassicurate dal fatto che l’umiliazione non è toccata a loro.
Cosa è concesso ad una moglie dopo la gogna mediatica? Difendere il marito? Giustificarlo? Attaccarlo a sua volta? Chiudersi a guscio allargando spalle e braccia a proteggere i figli? Prendere le distanze? Ricominciare?
Alicia Florrick fa tutto questo. Lo fa prima per vergogna, poi per bisogno, quindi per odio e per rabbia e, infine, per opportunità, presunzione e rivalsa. Ricorda di essere stata avvocato, prima che moglie e madre, e questo è il punto di rinascita.

Da qui si snodano sette stagioni di un serial perfetto sotto ogni punto di vista, incentrato su una protagonista il cui magnetismo cresce di puntata in puntata… ma non solo.
THE GOOD WIFE va visto per la potente presenza tra i produttori di Ridley Scott e dello sfortunato fratello Tony. La loro mano si nota, e parecchio, per il profondo rispetto per le donne che devono riscoprirsi forti; di Ridley Scott è la pioniera del girl power Sigurney “Ripley” Weaver in Alien, sue le indimenticate Thelma & Louise, sua la ostinata e muscolare Demi Moore di Soldato Jane e sua l’eroina 2.0 Noomi Rapace di Prometheus.

Alicia Florrick è l’evoluzione “possibile” di tutte queste.

In THE GOOD WIFE, la passione per le donne tutte è omaggiata senza soluzione di continuità. Alicia Florrick è affiancata da Diane Lockhart (Christine Baranski) suffragetta dei diritti e dei valori democratici, prima capo, poi collega, poi socia, poi rivale, infine vittima; da Kalinda Sharma (Archie Panjabi), investigatrice prezzolata e capace di tutto, ma soffocata dal proprio granitico codice di comportamento; da una suocera ingombrante, grillo parlante delle ipocrite convenzioni sociali; da una figlia che accusa il colpo dei problemi dei suoi, che non può non difendere la madre, ma nemmeno ricusare il padre; da una pletora di comprimarie, anche per una sola puntata, sotto forma di avvocatesse rivali, potenziali socie, giudici, accusate e clienti. Purtroppo, quasi mai amiche.

THE GOOD WIFE va visto perché sviluppa in modo armonico e inesorabile sia la trama verticale che quella orizzontale. Approfondisce in ogni episodio casi dibattuti nelle aule di giustizia caratterizzati dalla attualità del deepweb, dell’editoria selvaggia, dell’insider trading, dell’uso delle armi, dell’eutanasia, dell’omicidio, degli arresti illegali, degli scontri razziali.
Affianca a tutto questo la storyline personale dei protagonisti che si dipana in ogni episodio senza mai ripetersi, migliorando di stagione in stagione, inglobando la politica con tutte le sue brutture e compromessi, l’arrivismo professionale, l’ingerenza governativa, i problemi economici e, soprattutto, la gestione delle immancabili questioni di cuore che piovono sui protagonisti e sono raccontate con profondo slancio narrativo e scarsa felicità.

THE GOOD WIFE è un’uragano di piccoli grandi protagonisti, è un valzer di personaggi che si alternano, si sostituiscono, si affiancano e si fronteggiano. E’ una passerella di attori enormi che fagocitano la scena ad ogni loro apparizione, rinnovata e prolungata o meno nell’arco delle stagioni. Tra tutti, Alan Cumming (Eli Gold) dalla dialettica e mimica irresistibili, Josh Charles (Will Gardner) dallo sguardo rassegnato e dignitoso dell’amante silenzioso, Chris Noth (Peter Florrick) dalle sembianze dell’uomo squallido e vanaglorioso, Michael J. Fox (Luis Canning) che non soggiace al pietismo dell’evidente malattia, sia reale sia sulla scena, incarnando la spietatezza degli avvocati che caratterizzano le atroci barzellette americane.
Negli anni si è assistito ad una vera propria gara per partecipare a THE GOOD WIFE; i camei sono tantissimi, gli attori e le attrici che hanno prestato voce e corpo anche per un solo episodio sono innumerevoli e non si può non guardare un singolo episodio senza esclamare mentalmente “ma quello è…” o “ma lei è…” e partire col gioco da tutti giocato dell’associazione ad altri film e telefilm, fino ad ammettere che TUTTI hanno fatto una comparsata in THE GOOD WIFE.

Il gioco prosegue con la leggenda metropolitana, purtroppo riscontrabile solo in lingua inglese, che narra che Robert e Michelle King avrebbero adottato una simmetria tra il numero di parole del titolo e il numero di stagione, utilizzando la sequenza 1-2-3-4-3-2-1. In pratica le puntate della prima stagione hanno tutte il titolo formato da una sola parola, quelle della seconda di due parole, quelle della terza di tre e quelle della quarta di quattro, per poi “retrocedere” fino alla settima, con titoli composti nuovamente da una sola parola.

In aggiunta, non è passato anno dalla prima messa in onda in cui THE GOOD WIFE non abbia avuto, quando come cast, quando come serie, la nomination ai più ambiti premi e riconoscimenti, contest che hanno quasi sempre visto trionfare la Margulies a mani basse e, mi si consenta, meritatamente.
Il suo amore per il personaggio e per lo show è indiscutibile, al punto che diversi episodi l’hanno vista come produttrice, riconoscimento dello star system al cervello oltre che alla bella presenza e alle capacità interpretative.
Tanta affezione conquistata sul campo, stagione dopo stagione, ha avuto termine il settimo anno, un po’ come un matrimonio in una crisi che non ha mai davvero mostrato smagliature nella trama, ma che viene interrotto per la paura di non essere più all’altezza.

In sette anni abbiamo visto Alicia crescere, ma la ricorderò sempre in una singola e immancabile inquadratura, quella nella sua cucina attrezzata, ma non vissuta, quella dove lei ha la boule Bormioli Rocco di vino rosso in mano e la bottiglia semipiena poco distante… quella dove è sola, vaticinio di un finale dove proprio la sua conquistata corazza l’ha ingannata facendole comprare princisbecco con l’illusione che fosse oro e rinunciare all’oro perché la sua presunzione non l’ha ritenuto degno del suo nuovo “io”.

Niki Manzoni

Binge Watching Time: 4 Giorni12 Ore 13Minuti (escludendo sigla e titoli di Coda)

The Good Wife: l’amore dura sette anni
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