Matteo Garrone torna in quei posti desolati che fecero da scenario ai suoi primi grandi successi, “L’ imbalsamatore” e “Gomorra”, in quella periferia malsana e fatiscente simili ad un incubo post atomico, per un’ambiente squallido che Garrone delimita in maniera precisa e dal quale non ne esce mai.

È in questi riprovevoli luoghi in cui si muove Marcello, toelettatore di cani, mite, dal carattere ottimista, benvoluto dalla comunità, amato dai cani, al quale dedica tutto il suo tempo, e amato dalla figlia, con la quale sogna immersioni in fondali marini paradisiaci, accontentandosi invece del mare antistante dove raggiungere un mondo fatto di pace e silenzi, di sicuro più consoni al suo modo di essere.

 

In un certo senso Marcello si sente protagonista di questo mondo a parte, ma c’è un cane sciolto dal volto umano con cui non riesce a stabilire un vero contatto, il prepotente Simone, energumeno violento, che si erge come antitesi perfetta del protagonista, in un contrasto caratteriale e fisico, colto dal regista attraverso il continuo confronto tra l’imponenza di uno e la modestia dell’altro. Il regista analizza a fondo il rapporto tra questi due protagonisti, dapprima vicendevolmente, poi a senso unico, con la mutazione del malessere di Marcello, pronto a trasformarsi da vittima designata in carnefice. Marcello è un uomo che ha l’abilità di rendere mansueti i cani, ma che è costretto ad affrontare una bestia che non conosce pietà e “Dogman” diventa la lotta per la sopravvivenza di quest’uomo aggrappato ad una vita che morde e ringhia. Garrone ci toglie il respiro in una lunga agonia… il pubblico subisce tutto quanto e ne esce devastato dalla visione, rimanendo impietrito ai titoli di coda attorniato da un silenzio glaciale.

“Dogman” è un’opera di una bellezza sconvolgente, che si concentra su due soli personaggi, due attori di incredibile bravura con un finale semplicemente memorabile. Un finale onirico, senza fronzoli ma essenziale che ci mostra ancora una volta che l’uomo può essere orrendo, per poi soffrire comunque di solitudine, emarginazione, mancanza di accettazione, compatimento e perdono. VOTO 9

Paolo Condurro

Dogman – Recensione film
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