Prima produzione originale Netflix tedesca, Dark ha esordito il 1° dicembre con i suoi 10 episodi, ognuno da 45-50 minuti.

L’origine teutonica è evidente fin dall’inizio: non c’è nulla di “americano”, ma anzi la produzione sembra accentuare fortemente tale identità, nei volti dei protagonisti, nell’ambientazione, nella fotografia e, in generale, in una messa in scena spesso anti-climatica, affatto devota al colpo di scena ad ogni costo.

Dark è ambientato a Winden, cittadina (realmente esistente, sebbene sia solo fonte d’ispirazione) di un migliaio di abitanti nella Renania, dominata dall’inestricabile Foresta Nera, in cui le vicende trovano un ulteriore protagonista: la città e la Foresta non sono semplicemente un ambiente, ma qualcosa che si percepisce vivo (e malato, come uno dei protagonisti ammette alla radio) e che interagisce con i vissuti dei vari personaggi in modo spesso viscerale, al pari dell’Hell’s Kitchen di Daredevil.

D’altronde la scelta degli autori ripercorre le più tetre fiabe dei Grimm, da Hansel e Gretel alla Bella Addormentata, opere con cui Dark condivide un’aura “creepy”, inserendosi nella tradizione letteraria mitteleuropea a pieno diritto, con le dovute proporzioni e differenze di medium.

I personaggi sono apparentemente tanti, ed il loro numero provoca un iniziale difficoltà nel cercare di fissare nella mente volti e nomi. La fisicità estetica è prettamente teutonica, e ad uno spettatore condizionato da decenni di serie anglofone non sarà facile familiarizzare ed empatizzare subito: la lingua originale è il tedesco, e la sua complessità non aiuta (sebbene l’originale sottotitolato sia in questo caso il miglior modo di fruizione). Il senso di straniamento è forte durante le prime puntate, in cui il grande affresco creato dagli autori non è ancora completamente leggibile: eppure, superando lo spaesamento, ogni personaggio ed ogni evento diventa un pezzo di un puzzle qualitativamente elevatissimo, che risponde alle tante domande iniziali ponendone altrettante (che, si spera, serviranno ad alimentare una seconda stagione, non ancora confermata ma attesa in primis dagli autori).

“il problema non è come, ma quando”: citando una delle frasi più ricorrenti possiamo analizzare il cuore di Dark. Dire “quando” è ambientata Dark è problematico e, insieme, rivelatore: ci sono viaggi nel tempo, con passato, presente e futuro che si intrecciano dando origine a paradossi che, pur intuibili per lo spettatore più smaliziato, risultano sempre ben costruiti ed aderenti al costrutto generale. Dark è una serie di fanta-scienza (pur con elementi thriller ed horror), nel senso più stretto del termine, in cui un elemento fantastico (i viaggi nel tempo) viene trattato con riferimenti reali e rifacendosi ad ipotesi provenienti dal mondo scientifico (i ponti di Einstein-Rosen).

Molti hanno fatto parallelismi tra Dark e Stranger Things ma, superata la questione “ragazzino che scompare / altri ragazzini in bicicletta” le differenze sono evidenti ed indiscutibili: tra le altre serie Netflix quella che sembra offrire più contatti è The OA, mentre fuori dal novero degli originals si richiamano serie storiche come Lost e Fringe, di sicuro tra il materiale meglio conosciuto dagli autori.

Menzione importante merita la fotografia: livida, fosca, fredda a descrivere perfettamente un ambiente di colori slavati, con il giallo a sostituire il rosso quale unica nota di luce. L’infinita pioggia che flagella Winden (e contro la quale non sembra uso dei protagonisti proteggersi) è un’imponente e costante scenografia aggiunta, che cancella i confini tra gli oggetti impastandone le essenze. La luce tremolante delle torce sembra l’unico appiglio a cui ancorarsi per non essere inghiottiti dall’oscurità delle Caverne di Winden, in cui si ambienteranno alcuni dei momenti decisivi.

Dark, in conclusione, merita una visione attenta e dedicata, poiché molti passaggi possono sfuggire all’occhio distratto. Una volta superate le diffidenze iniziali verso un prodotto “diverso” da quello cui la serialità ci ha abituati, ci troveremo immersi in una coinvolgente quanto dolorosa narrazione, che avrà il merito di incollarci fino all’ultima puntata per poi, tristemente, renderci conto di dover attendere un anno (nella migliore delle ipotesi) per avere risposte alle domande che ci frulleranno in testa.

 

Valerio Mocata

Dark: il cuore nero di Netflix
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